Brambilla, la mia storia da incubo con la giustizia
Concorezzo. Imprenditore, volto televisivo amante delle provocazioni ma soprattutto uomo che ha portato la propria “croce” con la giustizia, fuori dai seggi c’era anche lui, Gianluca, per tutti “il Brambilla”. 14 anni di calvario giudiziario per l’accusa di un reato mai commesso.
L’occasione è ghiotta per fare due chiacchiere.
Nel 2024 il giudice per le udienze preliminare del Tribunale di Monza non aveva accolto l’opposizione presentata dai denuncianti contro l’archiviazione chiesta dalla pm monzese Donata Costa, titolare del fascicolo penale che vedeva Brambilla indagato per appropriazione indebita per mezzo milione di euro e false fatturazioni per 280 mila euro, Fine di un incubo che ha lasciato cicatrici. Venerdì sera era atteso per l’evento a sostegno del “sì”, ma il dibattito con il membro laico del CSM Claudia Eccher è stato annullato per il lutto legato alla scomparsa di Umberto Bossi.
Chi è il Brambilla?
Sono un brianzolo che voleva fare l’imprenditore con la laurea in tasca. Sognavo il mio capannone, ma ho scoperto che l’algoritmo della ricchezza non te lo insegnano nemmeno in Bocconi. Serve altro, e non ho ancora capito bene cosa, a 64 anni. Ho venduto dalle auto alla consulenza strategica, ma alla fine le mie due figlie — che ho mandato via dall’Italia — sono il frutto più bello della mia vita.
Mogli, soci, commercialisti e avvocati li cambio in continuazione. Concorezzo, invece, no. Sono fedele alla mia parrocchia.
Qual è stata la sua esperienza con la giustizia italiana?
Un cliente mi doveva molti soldi. Non si capacitava che fossi stato in grado di risolvere un problema dove i suoi avvocati avevano fallito. Mi aveva firmato un contratto a percentuale sui risultati e la mia consulenza aveva permesso di recuperare una cifra milionaria. I suoi legali scrissero un teorema e lo presentarono alla Procura della Repubblica di Monza, accusandomi di “false fatturazioni e contratti fittizi, finalizzati all’evasione fiscale”. Un’idea geniale. Una lettura superficiale da parte dei magistrati sarebbe stata sufficiente a uccidermi professionalmente e umanamente. Morto io, niente pagamento. Alla fine ho vinto io, ho recuperato i soldi, ma il prezzo è stato altissimo. Quattordici anni di calvario.
Lei si ritiene una vittima della giustizia? Se si, perché?
Sì, dal mio punto di vista ho subito un grave errore giudiziario. Perché un Avviso di Garanzia oggi è recepito da tutti come una condanna in sé, e spesso viene usato con questo scopo. I Pubblici Ministeri non ne sono consapevoli. Immaginano che un’archiviazione o un’assoluzione cancellino il sospetto e restituiscano la reputazione. Invece il danno è enorme e bisognerebbe usare lo strumento con parsimonia. Ho perso soldi, un ufficio finito all’asta e una moglie. Ho perso quattordici anni della mia vita e le conseguenze non sono ancora finite oggi. Sulla mia salute stendo un velo pietoso.
Cosa sarebbe stato più equo, o evitabile, nel suo processo?
Per cominciare che le indagini non durassero tre anni! Per poi arrivare all’archiviazione.
I PM e i Giudici non capiscono che spesso la Verità Giudiziaria è pura manipolazione. È una narrazione in legalese fine a se stessa. Sarebbe bastato convocarmi in Procura e farmi due domande. Invece ho dovuto fare il pagliaccio a Piazza Pulita su La7 o litigare con un personaggio come Vittorio Sgarbi, perché i Magistrati leggessero le carte. Fu il mio avvocato a suggerirmi di agire così.
Quanto e cosa le è costata la sua vicenda?
È costata il fatto che non credo più nelle Istituzioni Giudiziarie e nelle Banche. Ho pessimi sentimenti verso l’Agenzia delle Entrate, che considero il volto più ipocrita dello Stato. Ho capito che lo scontro tra i Poteri dello Stato è un prezzo carissimo che pagano i cittadini. E purtroppo i cittadini, a loro volta, sono spesso superficiali e menefreghisti. Il declino dell’Italia e l’estinzione del Popolo italiano non mi meravigliano più.
Non le possiamo chiedere come voterà…
Certo, ma ritengo comunque assurdo che i Magistrati deputati ad accusare — i Pubblici Ministeri — possano anche solo immaginare di diventare Magistrati Giudicanti. Che i due ruoli non possano convivere sotto lo stesso tetto lo capiremo quando il CSM dei PM si scontrerà con il CSM dei Giudici. Scommetto che ne vedremo delle belle. E sa qual è il mio auspicio? Che il Potere Legislativo e quello Esecutivo siano perfettamente distinti. Chi fa il parlamentare faccia le leggi, e chi fa il Ministro o il Sottosegretario governi, sospendendosi anche dal partito. Oggi il Potere Legislativo è bloccato e appiattito sui provvedimenti del Governo. I Governi devono far funzionare il Paese — non i Partiti — anche a costo di cercare maggioranze variabili.









