Ultimo brindisi a Jean Valenti, papà dei sommelier che fece scuola al Savini

 jean1.jpgConcorezzo. Il bicchiere librato in aria e un sorriso. Così si sarà immaginato il suo ultimo saluto Jean Valenti, il padre nobile dei sommelier, tessera numero 1 dell'Associazione italiana da lui fondata (l'Ais), il maestro del vino che, al "Savini" di Milano, mesceva nei calici degli uomini più potenti e delle donne più affascinanti del globo. A 93 anni, martedì a mezzogiorno, ha chiuso quegli occhi che da soli erano capaci di raccontare una vita quasi leggendaria. Quando l'ho incontrato a casa sua, a Concorezzo, in via don Girotti 57, mi colpì un dettaglio. Sulla porta di casa era appeso un cartello: “Welcome to my home”, benvenuto a casa mia. Deve essere stata la stessa sensazione che era capace di trasmettere ai clienti del Bradutt’s Palace Hotel di St. Moritz, dove si è fatto le ossa o nel mitico "Savini" in galleria a Milano, dove era suo il compito di proporre e servire vino all’armatore greco Aristotele Onassis, all’avvocato Gianni Agnelli o al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (nella foto in alto è con Jacqueline Kennedy e Rossana Pampanini). Una chiacchierata di oltre due ore partendo dalle radici: il papà bergamasco di Casazza e la mamma parigina di Fointainebleau, la prima parte della vita in Francia, dove i genitori avevano messo da parte una piccola fortuna coltivando funghi e che gli hanno lasciato per sempre quell'elegante cadenza d'Oltralpe. Mi colpirono la pacatezza, la cortesia, la precisione dei dettagli, l'eleganza naturale dei gesti.

Valenti, che è e resterà una icona per il mondo dei sommelier, imparò il mestiere come “cantiniere” a Barbizon al prestigioso Grand Veneur. Poi l’orrore della Seconda Guerra mondiale lo costrinse a due anni di prigionia in Russia a Tambov negli Urali. Una delle pagine più belle è stato l’incontro con la moglie Palma, valtellinese di Morbegno (venuta a mancare cinque anni fa), la nascita dei tre figli Francesco, rettore di un noto collegio di Monza, Annalena e Duilio, chef e titolare di un ristorante in California.

Sul tavolo del soggiorno tantissime foto, riviste e quella tessera “numero uno” dell’Associazione italiana sommeliers (allora c’era anche la “s” finale) fondata davanti a un notaio di Milano il 7 luglio 1965 insieme al professor Gianfranco Botti (poi primo presidente), Leonardo Guerra ed Ernesto Rossi. Erano anni in cui in Italia, anche nei migliori ristoranti, il vino veniva servito spesso ancora sfuso e i professionisti venivano chiamati “bottiglieri” o “cantinieri”. Oggi l’Ais vanta oltre 30mila iscritti e, nonostante qualche costola scissa per dare vita a nuovi sodalizi, è in Italia la realtà più importante tra quelle che promuovono la cultura del vino. Valenti, che nel tempo lasciato libero dalle “stagioni” aveva preso anche due master in enologia (nel 1968 è arrivato anche il titolo di Chavalier du Tastevin), si sposa nel 1957 e con l’arrivo dei figli cerca un po’ di stabilità. 

DA SAINT MORITZ AL SAVINI

“Alla fine degli anni Cinquanta lavoravo al Palace Hotel di St. Moritz – racconta – Facevo il direttore di sala, parlando francese, italiano, tedesco e anche l’inglese, che avevo imparato nel periodo trascorso a Londra tra il 1948 e il 1949. Lì ho conosciuto il commendator Angelo Pozzi, patron del Savini, che si stava concedendo una breve vacanza. MI ha chiesto di lavorare per lui e nel 1960 è iniziata la mia lunga avventura”. Dodici anni epici. “All’inizio mi pagavano a percentuale sul vino venduto oltre a un bonus mensile – ricorda bene – C’erano i rossi del Garda che servivamo in caraffa e un patrimonio di Barolo del 1935 dimenticato in cantina: alcune bottiglie erano ancora buone, vino comprato a 1,5 lire e che adesso ne valevano più di 3000! Erano molto apprezzati anche il Barbaresco o i Chianti Ruffino o Antinori”. Nella galleria dei ricordi insieme alle etichette del ristorante milanese per antonomasia, scorrono i volti dei clienti. Dal cavalier Alfonso Bialetti (l’unico che gli abbia ordinato una bottiglia di Romanèe-Conti dal prezzo indicibile) all’avvocato Giovanni Agnelli (che da solo preferiva una Tuborg in bottiglia, mentre in compagnia pretendeva rigorosamente vini piemontesi), dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (che non disdegnava abbondare con il Barbera) alle tante celebrità che, dal teatro Alla Scala facevano pochi passi in Galleria per sedersi al Savini. “Come faccio a citarli tutti? – sorride – Ricordo Silvana Pampanini con Totò, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Aristotele Onassis con Maria Callas o Jackie Kennedy, Vittoria De Sica, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Harry Fonda, Leonid Breznev, Ranieri di Monaco, Claudia Cardinale”. 

Nel 1972 Valenti (“allettato dai soldi”) lascia il Savini per seguire la sfortunata parabola del ristorante Gourmet della famiglia Alemagna, che nel 1969 vantava già due stelle Michelin. “Sono stato lì pochi anni, fino alla chiusura – prosegue nei ricordi – Poi ho fatto 18 mesi a Montecarlo, tornando spesso alla casa milanese di corso Indipendenza e 14 mesi in Giappone: avevo un contratto di tre anni, ma scelsi la famiglia. Poi ancora il sommelier a Milano e anche l’esperienza con la storia società bolognese di distribuzione D&C, per cui portavo in giro anche il Veuve Clicquot”.

"Sono un italiano che ha imparato a pensare in francese”, mi aveva confidato consigliando i rossi del Piemonte, i bianchi del Trentino, qualche toscano. “In Lombardia, soprattutto in Valtellina, i vini sono migliorati tanto: quando bevi certi Sfurzat la gola canta, ma devi andarci piano perché con tutti quei gradi…”. Nei suoi ricordi anche la fondazione nel 1968 dell’Association de la Sommellerie Internationale (Asi) presente oggi in 68 nazioni e i tre sommelier italiani campioni del mondo: Giuseppe Vaccarini, Piero Sattanino ed Enrico Bernardo. “I primi due li considero Allievi, il terzo un caro amico a cui ho dato qualche consiglio”. La chiacchierata si era conclusa con un brindisi a prosecco. Buon viaggio.Prosit.

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